Roma (eu24news) – Da settimane mi pongo una domanda alla quale, francamente, non ho ancora sentito rispondere nessuno a Bruxelles. Se nei territori di Gaza, del Libano meridionale e del sud della Siria il ritorno delle popolazioni dovesse diventare impossibile, dove finirà tutta questa gente?
Non parlo di ipotesi accademiche. A Gaza praticamente l’intera popolazione è stata costretta a spostarsi, spesso più e più volte, e la tregua esiste ormai solo sulla carta. Intanto a Tel Aviv si continua a parlare apertamente di “emigrazione volontaria”, e il ministro della Difesa Katz ha ripetuto che il piano andrà avanti a tempo debito. Mi chiedo quanto possa essere volontaria la scelta di chi vive da anni in una tenda, tra le macerie, con ordini di evacuazione che arrivano a pochi minuti dai bombardamenti.
In Libano la situazione è precipitata in primavera. Interi villaggi del sud si sono svuotati e una parte enorme del Paese ha dovuto lasciare casa. Si discute di una fascia di sicurezza israeliana fino al Litani, che significherebbe impedire il rientro a chi viveva in quelle zone. A quel punto non si tratterebbe più di sfollati temporanei.
Poi c’è la Siria, di cui si parla pochissimo. Dopo la caduta di Assad l’esercito israeliano si è stabilito nelle province di Quneitra e Daraa, e Human Rights Watch ha documentato case demolite e famiglie mandate via, che oggi vivono da parenti nei villaggi vicini senza sapere se potranno mai tornare.
Sono tre crisi diverse, ma la direzione è la stessa: territori che si svuotano e persone che si mettono in cammino.
Qualcuno potrebbe obiettare che è un problema del Medio Oriente. Io credo sia un errore di prospettiva, e lo dico da chi si occupa di sicurezza da molti anni. Egitto e Giordania hanno già fatto sapere che non accoglieranno nessuno, e la Giordania del resto ospita da decenni una enorme comunità di profughi palestinesi. Il Libano, che aveva già sulle spalle i siriani fuggiti dalla guerra civile, oggi è a sua volta un Paese di sfollati. La Siria sta faticosamente cercando di rimettersi in piedi. Quando tutte le porte vicine sono chiuse, resta il mare. E dall’altra parte del mare ci siamo noi.
Il 2015 dovrebbe averci insegnato qualcosa. La crisi siriana non fu soltanto un’emergenza umanitaria: divise i governi europei per anni, alimentò tensioni interne e mise in difficoltà Schengen. Allora arrivammo impreparati, oggi non avremmo scuse.
Cosa può fare l’Europa? Intanto dire con chiarezza, e con una voce sola, che non riconoscerà né finanzierà alcun assetto basato sul trasferimento di popolazioni, comunque lo si voglia chiamare. Il diritto internazionale su questo non lascia margini. Ma le parole non bastano se non sono accompagnate dagli strumenti che l’Unione già possiede e che finora ha preferito non usare: è il primo partner commerciale di Israele, il principale donatore dei palestinesi, e l’Accordo di associazione contiene una clausola sui diritti umani rimasta sempre lettera morta.
C’è poi una questione di convenienza, oltre che di principio. Ogni euro investito per rendere di nuovo abitabili Gaza, il sud del Libano e il sud della Siria, per sostenere lo Stato libanese e il suo esercito, costa molto meno di quanto costerebbe gestire un esodo. E, senza ipocrisie, bisogna anche prepararsi al peggio: un piano europeo di protezione temporanea, con una ripartizione equa tra i Paesi membri, va scritto adesso, a mente fredda, non nell’emergenza degli sbarchi.
La storia del secolo scorso ci ha mostrato che gli spostamenti forzati di popolazione raramente si invertono. Diventano definitivi e pesano per generazioni. Se l’Europa continuerà a limitarsi a comunicati e dichiarazioni di principio, si ritroverà a gestire sulle proprie coste le conseguenze di decisioni prese da altri.
La domanda resta lì, sul tavolo. E la risposta l’Europa deve darla adesso.
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