Bruxelles (eu24news) – L’impatto economico della guerra in Medio Oriente sul vecchio continente continua a dominare il dibattito tra gli economisti europei. Lo shock energetico derivante dalla guerra in Iran rappresenta per l’Europa il maggiore impatto sull’approvvigionamento globale di petrolio rispetto alle tre crisi energetiche precedenti del 1973, 1979 e 2022 messe insieme. Anche dopo aver tenuto conto delle misure di attenuazione, come il riorientamento dei flussi di petrolio attraverso gasdotti e il rilascio di riserve strategiche, il calo netto dell’offerta è stimato intorno a 12 milioni di barili al giorno, pari a circa l’11% dell’offerta globale di petrolio prebellica.
Nello scenario avverso, l’inflazione è cumulativamente 1,5 punti percentuali più alta fino al 2028 rispetto alle proiezioni di dicembre scorso, mentre la crescita è cumulativamente 0,8 punti percentuali più bassa. Lo scenario severo presuppone un impatto ancora più forte e persistente dei prezzi dell’energia, con il petrolio che raggiunge i 145 dollari al barile e il gas 106 euro per MWh nel secondo trimestre del 2026. Gli standard di credito per i prestiti alle imprese si sono già inaspriti nel primo trimestre, secondo l’ultimo sondaggio sul credito bancario, con le banche che anticipano ulteriori restrizioni.
Il settore manifatturiero dell’area euro è quello che rischia di risentire maggiormente degli effetti dello shock, poiché prezzi energetici più alti e prolungati aumentano i costi di produzione in un settore già in declino. I consumi privati, attesi come principale motore della ripresa nel 2026, rischiano di fornire meno sostegno del previsto, con l’inflazione più alta e il rallentamento della crescita salariale nominale che erodono i redditi reali.
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