Roma (eu24news) – Mentre il mondo osserva con fiato sospeso lo stretto di Hormuz, due fronti di crisi continuano a intrecciare le sorti dell’economia globale e degli equilibri geopolitici: il Medio Oriente e l’Ucraina. Sono guerre diverse per origine, ma unite da un filo comune, la fatica della diplomazia a trasformare tregue fragili in pace duratura.
In Medio Oriente la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha lasciato dietro di sé macerie e un cessate il fuoco instabile. I funerali della guida suprema iraniana, uccisa nei bombardamenti di fine febbraio, si stanno svolgendo tra Teheran e le città sante irachene in un clima di tensione. Le trattative tecniche tra Washington e Teheran, mediate dal Qatar, procedono a fatica: si discute ancora del programma nucleare e della libertà di navigazione nello stretto, da cui transita un quinto del petrolio mondiale. Nel frattempo Gaza resta sospesa in un cessate il fuoco parziale, con la ricostruzione politica dell’enclave bloccata dalla mancanza di progressi sul disarmo di Hamas e sul ritiro israeliano, mentre gli insediamenti in Cisgiordania continuano a espandersi, alimentando nuove tensioni.
Sul fronte ucraino, dopo cinque anni di guerra, Mosca torna a evocare la possibilità di negoziati, ma sulla base delle intese di Istanbul del 2022, che Kiev considera irricevibili. Alcuni osservatori leggono in questa apertura non una reale volontà di pace, ma un tentativo di guadagnare tempo mentre l’economia russa mostra segnali di cedimento e le forze di Kiev colpiscono con crescente efficacia raffinerie, centrali elettriche e infrastrutture militari in profondità nel territorio russo. Le capitali europee, riunite nel formato dei tre grandi Paesi, insistono su garanzie di sicurezza solide per l’Ucraina e sul coinvolgimento di Kiev in qualsiasi trattativa, mentre Bruxelles amplia le sanzioni contro Mosca colpendo energia, finanza e la cosiddetta flotta ombra.
Ciò che accomuna le due crisi è la sensazione di un ordine internazionale sospeso tra stanchezza bellica e assenza di leadership diplomatica capace di imporre soluzioni durature. Washington, impegnata su più fronti, fatica a dedicare piena attenzione al dossier ucraino; l’Europa cerca un ruolo più autonomo ma resta divisa; e attori come Cina e Brasile provano a inserirsi come mediatori, non senza ambiguità.
In entrambi i teatri, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. Il 2026 rischia di passare alla storia non come l’anno della pace, ma come quello in cui la comunità internazionale ha imparato a convivere con due guerre parallele, gestendole più che risolvendole.
Anche i mercati energetici restano sotto pressione: il petrolio ha subito rincari legati sia alle incertezze sullo stretto di Hormuz sia agli attacchi reciproci contro impianti russi e ucraini. Le compagnie di navigazione hanno diversificato le rotte per limitare i rischi, mentre le economie asiatiche, più esposte alle importazioni di greggio, cercano di attutire il colpo diversificando le fonti di approvvigionamento. In questo scenario frammentato, ogni tregua sembra più una pausa tattica che l’inizio di una vera stabilizzazione, e la diplomazia internazionale fatica a trovare un linguaggio comune capace di parlare contemporaneamente a Teheran, Mosca, Kiev e Gerusalemme.
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