Bruxelles (eu24news.eu) – L’Europa occidentale archivia uno dei luglio più caldi mai registrati mentre caldo, siccità e rischio incendi riportano in primo piano la necessità di rafforzare le politiche europee di adattamento ai cambiamenti climatici. I dati del Copernicus Climate Change Service mostrano infatti una situazione particolarmente critica nella parte occidentale del continente: la temperatura media dell’aria superficiale ha raggiunto 22,48 °C, 2,53 °C oltre la media del periodo 1991-2020. È il secondo luglio più caldo mai registrato nella regione, appena al di sotto del record del 2006, quando la media arrivò a 22,54 °C.
Il dato assume ancora maggiore rilevanza considerando l’intero periodo giugno-luglio. Per l’Europa occidentale si tratta infatti del bimestre più caldo mai osservato nella serie Copernicus: la temperatura media dei due mesi è stata di 21,62 °C, con un’anomalia di 2,79 °C rispetto alla media 1991-2020. Il precedente record, registrato nel 2022, era di 20,73 °C.
L’ondata di calore non ha interessato in modo uniforme tutto il continente. A luglio si è evidenziato un netto contrasto tra Europa occidentale ed Europa orientale: temperature molto superiori alla media hanno interessato soprattutto Francia, Germania, nord-est della Spagna, Inghilterra, Svizzera e Italia occidentale, generalmente con anomalie comprese tra 3 e 5 °C. In gran parte dell’Europa orientale e della Fennoscandia, al contrario, le temperature sono rimaste sotto la media.
La Francia ha registrato il luglio più caldo della propria serie storica, con un’anomalia di circa 3,8 °C, mentre la Spagna ha eguagliato il proprio record nazionale per il mese. Nel Regno Unito luglio è risultato il secondo più caldo a livello nazionale, il più caldo mai registrato in Galles e tra i più caldi anche in Inghilterra.
Il caldo, inoltre, non è arrivato da solo. Le temperature eccezionali si sono sovrapposte a condizioni di siccità già presenti in diverse aree dell’Europa occidentale. Secondo Copernicus, l’elevata evaporazione provocata dal caldo ha contribuito a ridurre ulteriormente l’umidità dei suoli e della vegetazione. Suoli più secchi significano minore capacità di raffreddamento naturale e, di conseguenza, condizioni ancora più favorevoli alla persistenza delle alte temperature.
È un meccanismo che interessa direttamente anche il rischio di incendi boschivi. La Commissione europea ha già rafforzato per l’estate 2026 il dispositivo di prevenzione e risposta: sono stati predisposti 777 vigili del fuoco provenienti da 14 Paesi, 22 aerei antincendio e 5 elicotteri, mentre 21 squadre certificate sono pronte a intervenire attraverso il sistema europeo di protezione civile. La dimensione del problema era già emersa nei dati relativi all’estate precedente: nel solo 2025, ricorda la Commissione, gli incendi hanno bruciato nell’Unione europea circa un milione di ettari, una superficie pari a circa metà di quella della Slovenia. Per il 2026 Bruxelles ha quindi rafforzato anche il monitoraggio attraverso il sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi e i servizi satellitari di Copernicus.
Il quadro viene letto con particolare attenzione anche dalle istituzioni scientifiche europee. L’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) ha evidenziato nel suo ultimo rapporto sulla resilienza climatica che l’Europa si sta riscaldando a una velocità circa doppia rispetto alla media globale e che i progressi nell’adattamento restano disomogenei tra i diversi Paesi. Persistono infatti lacune nella valutazione dei rischi, nei finanziamenti, nel monitoraggio delle misure e nella cooperazione transfrontaliera.
L’EEA considera caldo estremo, siccità e incendi tra i rischi climatici che richiedono maggiore attenzione. In particolare, il Sud dell’Europa è indicato come una delle aree più esposte alla combinazione tra temperature elevate, scarsità d’acqua e incendi, con conseguenze sull’agricoltura, sul lavoro all’aperto e sulla salute della popolazione. Il tema, dunque, non riguarda soltanto le temperature registrate dai termometri. Per l’Unione europea, gli eventi estremi stanno diventando una questione di sicurezza delle risorse idriche, protezione civile, salute pubblica, agricoltura e resilienza delle infrastrutture.
A luglio, inoltre, il segnale non è arrivato soltanto dalla terraferma. Secondo Copernicus, la temperatura media della superficie degli oceani extra-polari ha raggiunto 20,96 °C, il valore più alto mai registrato per un mese di luglio. Anche i mari europei, in particolare l’Atlantico e il Mediterraneo occidentale, hanno mostrato condizioni di forte anomalia termica. Un dato preoccupante che si inserisce in un’estate che sta mettendo alla prova la capacità europea di prevenire e gestire i rischi climatici. Già a giugno il WMO aveva segnalato che l’Europa occidentale aveva vissuto il giugno più caldo mai registrato, con caldo estremo, suoli sempre più secchi e un aumento del rischio di incendi nella penisola iberica e in Francia.
La fotografia di Copernicus restituisce l’immagine di un’Europa accomunata da una tendenza ormai evidente: il cambiamento climatico non è più soltanto una previsione sul futuro, ma un fattore che sta modificando concretamente la gestione del territorio e delle emergenze europee. La sfida per Bruxelles e per gli Stati membri sarà ora trasformare questi dati in politiche di prevenzione, adattamento e protezione sempre più efficaci.
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