Bruxelles (eu24news) – Il Parlamento europeo è chiamato a decidere se revocare o meno l’immunità parlamentare a Ilaria Salis, eurodeputata eletta nel 2024 con Alleanza Verdi e Sinistra. La richiesta arriva dalle autorità ungheresi, che intendono proseguire un procedimento penale a suo carico per presunte aggressioni avvenute nel 2023, prima della sua elezione.
Ma come funziona questa procedura? E su quali basi può essere concessa o negata?
L’immunità parlamentare è una tutela prevista per garantire che gli eurodeputati possano esercitare liberamente il proprio mandato, senza pressioni indebite da parte delle autorità giudiziarie. Si articola in due forme:
- Insindacabilità: per opinioni espresse e voti dati nell’ambito delle funzioni parlamentari.
- Inviolabilità: per impedire arresti o procedimenti giudiziari senza autorizzazione del Parlamento.
Come si chiede la revoca?
- Richiesta formale da parte di uno Stato membro (in questo caso, l’Ungheria).
- Esame da parte della Commissione Affari Giuridici (JURI), che ascolta l’eurodeputato interessato.
- Voto in Commissione, seguito da un voto in plenaria, a scrutinio segreto.
Il Parlamento non giudica la colpevolezza, ma valuta se la richiesta sia fondata e non motivata da intenti persecutori.
Perché potrebbe essere concessa?
- I fatti contestati sono anteriori all’elezione e non legati all’attività parlamentare.
- Non emergono elementi di fumus persecutionis, ovvero intento politico o discriminatorio.
- Il procedimento giudiziario appare regolare e conforme allo stato di diritto.
Perché potrebbe essere negata?
- Se si ritiene che la richiesta sia strumentale o politica.
- Se il sistema giudiziario del Paese richiedente non garantisce un processo equo.
- Se la revoca rischia di compromettere l’indipendenza del Parlamento.
In un video, Ilaria Salis si rivolge direttamente agli eurodeputati:
“L’Europa non si pieghi all’autoritarismo. Non collabori. Non sia complice della ‘democrazia illiberale’ di Orbán. Non sulla mia pelle.”
Salis sottolinea che la sua immunità non è una fuga dalla giustizia, ma una protezione da un processo che, a suo dire, sarebbe “già scritto” e “politicamente motivato”. Ricorda i 15 mesi trascorsi in carcere in Ungheria e chiede che il Parlamento difenda non solo lei, ma i principi democratici europei.
Il caso Salis non è solo personale. È un banco di prova per l’Europa: come bilanciare il rispetto della legge con la difesa dei diritti fondamentali? Come garantire che la giustizia non diventi uno strumento politico?
La risposta spetta al Parlamento. Ma la riflessione riguarda ogni cittadino europeo.
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