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Roma (eu24news.eu) –  In un turbinìo di denunce, indignazione pubblica e risonanza mediatica, ieri finalmente, ha chiuso il forum Phica.eu, punto di riferimento – per vent’anni – di un inquietante circuito di revenge porn, fotografia non consensuale e commenti sessisti. I gestori fanno sapere di non essere riusciti a bloccare in tempo i comportamenti tossici che – a loro dire –  avrebbero tradito lo spirito originario della piattaforma.

Il sito, nato nel 2005 come spazio destinato a una condivisione “sicura”, è rapidamente degenerato (e non facciamo fatica a crederlo visto che già il nome del sito la diceva lunga sulla qualità dei contenuti). C’erano sezioni dedicate a donne – sia celebri che comuni – con foto sottratte dai social, manipolate, ingrandite e affiancate a commenti volgari e offensivi. Celebrità, influencer, professioniste e persino esponenti della politica – da Giorgia Meloni a Elly Schlein, da Alessandra Moretti ad Alessia Morani – si sono ritrovate vittime di un attacco alla dignità femminile che ha riacceso il dibattito sul cyberbullismo sessista e la violenza digitale.

L’eco dell’indignazione ha superato presto i confini del web: politici, intellettuali e cittadini hanno chiesto provvedimenti immediati. La Polizia Postale è stata subissata da segnalazioni e ha invitato le vittime a formalizzare la propria denuncia, condizione necessaria per la procedibilità del reato di revenge porn. Senza una querela, infatti, le autorità non possono procedere: per questo è fondamentale che chi si scopre vittima di pubblicazioni non autorizzate presenti denuncia. Ricordiamo, infatti, che le conseguenze legali per chi diffonde immagini intime senza consenso sono severe: la normativa italiana punisce tali condotte con pene detentive e multe significative, in un quadro giuridico che si va progressivamente irrigidendo per contrastare la violenza online.

Dietro il sito chiuso: una società bulgara e un presunto titolare italiano. Una frecente inchiesta, condotta da due analisti italiani, ha scoperto un reticolo societario intricato; il portale, attualmente fuori uso, risultava intestato alla Hydra Group Eood, società con sede a Sofia, Bulgaria. Formalmente capitale sociale minimo, ma con un fatturato che si aggirerebbe attorno a 1,3 milioni di euro nell’ultimo anno. Appare evidente come, dietro la facciata di anonimato garantita da hosting protetti e certificati SSL anonimizzati, si nasconda una struttura imprenditoriale con base estera, ma gestita da un amministratore unico presumibilmente italiano. È però importante precisare che – seppur ritenuto collegato al progetto – tale soggetto non può al momento essere considerato penalmente responsabile per il materiale diffuso sui siti.

La chiusura di Phica.eu segna la fine di un capitolo oscuro, ma lascia aperte domande che non possono essere archiviate in fretta. Com’è stato possibile che un sito del genere sia rimasto online per vent’anni, raccogliendo e diffondendo materiale offensivo, e rubato, senza che nessuno intervenisse in maniera efficace? Ancora più sconcertante è leggere, la giustificazione dei gestori del sito e sapere che, già nel 2019, c’era stata una denuncia presentata nei confronti del sito ma, evidenteente, rimasta inascoltata per anni!  Il caso Phica.eu, al di là delle indagini sulle responsabilità societarie e personali, apre dunque una riflessione più ampia: sulla lentezza delle istituzioni digitali nell’intercettare fenomeni pericolosi, sulla sproporzione tra la velocità con cui certe pratiche di violenza online si diffondono e la difficoltà di arginarle, e sul peso delle parole e delle immagini quando diventano strumenti di umiliazione pubblica. Non basterà aver chiuso un sito: servirà capire perché per anni è stato tollerato, e come evitare che domani si ripresenti magari con un altro nome.


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