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Roma (eu24news) – La campagna ucraina di attacchi in profondità contro le infrastrutture energetiche russe viene presentata a Kiev come la risposta più efficace all’aggressione. Osservata da vicino, però, restituisce un quadro pieno di contraddizioni, dove ogni risultato rivendicato porta con sé un costo che raramente entra nei comunicati.
La prima contraddizione è di ordine simmetrico. Da tre anni l’Ucraina denuncia, con ragione, i bombardamenti russi contro centrali elettriche, reti idriche e quartieri residenziali. Oggi conduce a sua volta una campagna sistematica contro impianti che alimentano sì la macchina bellica, ma anche la vita civile di milioni di persone. La categoria del bersaglio “duale” copre entrambe le condotte, e proprio per questo non assolve né accusa nessuno in modo definitivo: è la zona grigia in cui i due contendenti si muovono con argomenti speculari.
Il conto delle vittime civili segue la stessa logica. Nella regione di Lipeck un uomo e un ragazzo di quattordici anni sono morti in un incendio divampato in un’abitazione a causa di un attacco di drone ucraino, secondo il governatore locale; nel Krasnodar due persone sono state uccise dai detriti di un drone caduti su una stazione ferroviaria. Numeri incomparabili con quelli ucraini, ma sufficienti a incrinare la narrazione di una guerra chirurgica.
Seconda contraddizione: la scelta degli obiettivi. Accanto a raffinerie e depositi compaiono bersagli difficilmente qualificabili come militari. Le forze ucraine hanno colpito ripetutamente Wildberries, il maggiore rivenditore online russo, distruggendo un sito a Kotovsk dopo aver centrato il suo principale centro logistico nella regione di Mosca. Colpire il commercio elettronico significa colpire il consumatore, non il soldato: una scelta che risponde alla logica del logoramento psicologico, la stessa che l’Occidente contesta a Mosca quando la applica in Europa.
Terza contraddizione: i numeri. Lo Stato Maggiore ucraino ha dichiarato a luglio una capacità di raffinazione russa ridotta del quarantadue per cento e il presidente finlandese Stubb ha parlato di un calo del quaranta per cento delle esportazioni, mentre l’Agenzia internazionale dell’energia stima la contrazione attorno al venti. Uno scarto di venti punti tra fonti alleate non è un dettaglio tecnico: misura quanto la comunicazione di guerra abbia colonizzato anche le statistiche energetiche.
Quarta contraddizione, la più scomoda per Bruxelles. Gli attacchi non hanno isolato la Russia: l’hanno spinta verso nuovi fornitori. Mosca ha vietato l’export di benzina e diesel a luglio e ha iniziato ad acquistare all’estero, in Bielorussia e in Marocco, ricevendo dall’India quarantaduemila tonnellate di carburante , mentre importa dall’Azerbaigian e chiede accesso alle raffinerie del Kazakistan. Il risultato è una fitta rete di scambi che aggira l’impianto sanzionatorio occidentale invece di rafforzarlo.
C’è poi il prezzo pagato da chi non combatte. Il 5 agosto il governo russo ha autorizzato per quasi un anno la produzione e la vendita di benzine Euro-2, Euro-3 ed Euro-4, ritirate in passato per l’alto contenuto di zolfo, dannoso per l’ambiente e per i motori moderni. L’effetto della campagna ucraina, in questo caso, è un arretramento ambientale che ricadrà sulla popolazione civile russa per anni. Resta l’interrogativo strategico. La crisi dei carburanti non ha finora prodotto alcun segnale di cedimento politico al Cremlino, e la storia dei bombardamenti sul morale delle popolazioni suggerisce semmai l’effetto opposto. Nel frattempo l’Unione ha confermato un prestito da novanta miliardi di euro per il biennio 2026-2027, sessanta per la difesa e trenta per il bilancio, che tuttavia non risolve nell’immediato la carenza ucraina di uomini, intercettori e munizioni.
Kiev investe in profondità mentre fatica a tenere la linea. Mosca perde raffinerie ma non consenso. L’Europa finanzia una strategia di cui non controlla né i bersagli né le conseguenze. È in questo triplo squilibrio, più che nei bollettini quotidiani, che si misura la reale posta in gioco.


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