Roma – Fu il 22 aprile 1946 che Alcide De Gasperi, ultimo presidente del governo italiano del Regno d’Italia, stabilì con decreto che il 25 aprile dovesse diventare la “Festa della Liberazione”. La data fu fissata con la legge n. 259 del maggio 1949, equiparandola di fatto alle domeniche, al primo maggio, alla festa della Repubblica e al giorno di Natale. La scelta non avvenne casualmente. Fu, infatti, il 25 aprile 1945 che iniziò la ritirata delle truppe repubblichine e naziste da Milano e Torino a seguito di un’offensiva coordinata da parte dei movimenti che componevano la Resistenza, oltre alla ribellione della popolazione di entrambe le città.
Nei primi giorni di aprile del 1945, il Partito Comunista diffuse a tutte le organizzazioni locali con cui era in contatto la “Direttiva n. 16”: consisteva nell’ordine di scagliare l’attacco definitivo alle forze nazifasciste. Sei giorni dopo, anche il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, di cui facevano parte tutti i movimenti antifascisti e di resistenza italiani) emanò lo stesso ordine. La Resistenza, sia indipendentemente che insieme alle forze alleate, attaccò Bologna il 19 aprile per liberarla completamente il 21. Nei giorni successivi, a Milano fu proclamato lo sciopero generale via radio da parte di Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica e allora membro del Comitato di Liberazione Nazionale. Il 25 aprile, infine, i soldati tedeschi e gli italiani fedeli a Mussolini si ritirarono da Milano e da Torino. Molti quotidiani nei giorni successivi celebrarono quella data come un momento determinante della guerra: non soltanto L’Avanti o l’Unità, quotidiani di sinistra oppositori di Mussolini, ma anche il Corriere della Sera, che fino a quel momento aveva mantenuto un posizionamento più filo governativo, titolò “Milano insorge contro i nazifascisti. È giunta la grande giornata”.

Nel corso del tempo, la Resistenza è stata identificata soprattutto nelle brigate garibaldine, afferenti al Partito Comunista guidato da Togliatti. L’apporto del Partito Comunista fu, infatti, massiccio e decisivo, soprattutto in funzione della maggiore capillarità della sua organizzazione e della sua capacità di mettere in piedi una strategia militare efficace. Ciononostante, furono diversi i movimenti politici che fecero parte della Resistenza. Tra questi, fondamentali furono le Brigate Matteotti, di ispirazione socialista, così come un ruolo importante fu giocato dal Partito d’Azione, espressione della cultura liberale e democratica guidati da Ferruccio Parri e Ugo La Malfa. Altrettanto fecero le Brigate Fiamme Verdi, legate ideologicamente alla Democrazia Cristiana e quelle monarchiche e liberali, dette “badogliane”.
Da questi movimenti nacque il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), in cui i vertici delle varie forze politiche collaborarono con l’obiettivo di sconfiggere il comune nemico. In questo contesto si sviluppò il nucleo politico dal quale nacque l’Assemblea Costituente e, nei fatti, l’architettura della Repubblica italiana.
Per anni la Resistenza è stata una parentesi controversa della storia d’Italia. Beppe Fenoglio, scrittore che partecipò direttamente alla Resistenza, scrisse una delle migliore testimonianze di quel periodo nel suo romanzo postumo Il partigiano Johnny. Nel libro viene raccontata l’esperienza partigiana di uno studente torinese unitosi ad una formazione comunista e, in seguito, alle brigate dei “badogliani”. La brusca interruzione del romanzo, senza un finale definitivo, è la migliore rappresentazione del destino che un’intera generazione ha trovato tra i campi e le colline italiane.
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